UN PÓ DI STORIA SUL CREDO

“IL CONCILIO DI NICEA E LA RICERCA DELL’UNITÀ”

di Alessandro Grasso – Associazione SS. Pietro e Paolo – Città del Vaticano

«Una sola fede, un amore puro e un culto unanime riguardo a Dio onnipotente»; con queste parole Costantino annuncia trionfalmente ai vescovi dell’Impero il successo del Concilio da lui voluto a Nicea, per la risoluzione di alcune questioni particolarmente gravi che disturbavano la quiete e l’unità della Chiesa. Tuttavia, per i primi secoli del cristianesimo, anziché parlare di un’unica Chiesa, in pratica sembra più corretto parlare di varie Chiese locali, tutte cristiane, ma sostanzialmente autonome fra di loro e facenti capo ad alcune sedi vescovili di grande prestigio ed importanza, come Roma, Alessandria, o Antiochia. L’unità a cui fa riferimento l’imperatore sembrava più un obiettivo che una realtà. In un certo senso, si potrebbe dire che lo è ancora e lo è stata da sempre: la litigiosità tra i cristiani è un fenomeno antico quanto il cristianesimo stesso, si pensi alla discussione sulla circoncisione e sulla legge portata avanti da San Paolo, le rivalità tra i discepoli o le divisioni interne alle comunità dei Corinti di cui ci informa ancora una volta l’Apostolo delle genti. Anche i pagani si erano accorti di queste continue discussioni, al punto che Celso, filosofo greco del II secolo, parlando delle divisioni teologiche dei cristiani, afferma che «si confutano a vicenda mantenendo comune, per così dire, una sola cosa, se pur la mantengono: il nome (di cristiani)».

In primis, in realtà non possiamo considerare Ario il fondatore di una nuova dottrina, più o meno eretica, ma piuttosto un pensatore radicale di una corrente teologica molto diffusa nella parte orientale dell’impero: la teologia della Parola o del Logos, di cui riorganizza e radicalizza elementi in maniera originale. Di fatto nulla di ciò che dice Ario è un’assoluta novità; questo spiega perché molti vescovi orientali si schierano al suo fianco e lo difendono nel momento in cui contro di lui interviene il suo diretto superiore, Alessandro, vescovo di Alessandria e teologo delle ipostasi di scuola origeniana. Mentre Alessandro pensa che Dio non sia mai stato privo della sua Sapienza e dunque che sia sempre stato Padre e la generazione del Figlio sia eterna, Ario ritiene invece che il Figlio non possa essere coeterno al Padre ma posteriore, come gli stessi nomi “Padre” e “Figlio” suggeriscono.

Secondo poi, il concilio viene indubbiamente convocato dall’imperatore per risolvere delle problematiche che affliggono le Chiese cristiane, ma tra queste la questione dell’arianesimo occupa probabilmente l’ultimo posto per Costantino, tanto è vero che nella lettera che, al termine del concilio, invia ai vescovi dell’impero per notificarli delle deliberazioni prese, alla dottrina di Ario non si fa alcun cenno. Probabilmente il prete alessandrino non fu neanche presente al concilio, il che invalida molte storie sviluppatesi nei secoli, tra cui, celebre, quella che voleva un furibondo San Nicola alzarsi in piedi e dare un sonoro schiaffo all’eretico insolente (versione improbabile anche perché il concilio era presieduto dall’imperatore e la zuffa si sarebbe dunque dovuta svolgere al suo cospetto). Erano altri problemi che preoccupavano il primo imperatore cristiano, prima di tutto la data della Pasqua, festa mobile che non veniva celebrata nello stesso giorno in tutto l’impero. Se questa era per i vescovi una questione totalmente opinabile (infatti le decisioni di Costantino in merito non vengono recepite oppure sono deliberatamente ignorate), era invece per l’imperatore di primaria importanza, visto il suo retaggio inevitabilmente pagano. Per i romani il rispetto del calendario religioso e, dunque, la corretta celebrazione dei riti, era fondamentale, in quanto requisito essenziale alla pax deorum, la benevolenza degli dei, che ora per Costantino si declina al singolare: è il supporto dell’unico vero Dio che cerca e, per ottenerlo, vuole portare ordine nella sua Chiesa sulla terra.

Ma l’approccio di Costantino è ancora quello di un uomo pagano. Non capisce le discussioni teologiche dei cristiani, nei culti pagani non esiste nulla di simile, sono piuttosto dinamiche proprie delle filosofie ellenistiche. Le controversie dottrinali non gli interessano, dedica loro poco tempo nel concilio e vuole arrivare in fretta all’elaborazione di un simbolo di unità: un segno che mostri all’impero che le Chiese erano unite, in tempo per i festeggiamenti in occasione del ventesimo anno di regno di Costantino, previsti per il luglio del 325. Fu così che, una volta proposta una professione di fede sufficientemente generica ma apertamente antiariana, con l’introduzione del concetto della consustanzialità del Figlio e del Padre, l’imperatore costrinse tutti i vescovi a riconoscerla e sottoscriverla, per raggiungere l’unanimità.

Costantino aveva ottenuto ciò che voleva, una parvenza di unità, ma in questo modo aveva scontentato tutti i vescovi: gli ariani perché la formula era loro avversa; i niceni perché il concilio si era concluso senza la condanna degli eretici ma, anzi, all’insegna dell’unità con la loro riammissione nella Chiesa. Così nessuno accolse questo credo, che oggi si trova invece alla base della nostra professione di fede, lasciandolo cadere nel dimenticatoio e riaccendendo feroci le discussioni teologiche. Riconoscendo il fallimento, Costantino decise di intervenire di nuovo, non con un sinodo ma, semplicemente appoggiando l’altra fazione, quella che usciva apparentemente sconfitta da Nicea, ovvero i filoariani, dal momento che il supporto ai niceni non si era tradotto nell’unità sperata: Costantino si farà infatti battezzare, in punto di morte, da Eusebio di Nicomedia, il più fiero oppositore del vescovo di Alessandria e difensore di Ario (episodio questo piuttosto imbarazzante che si cercherà di falsificare in seguito, diffondendo una versione alternativa al battesimo di Costantino ad  opera di papa Silvestro I, per evitare che il primo imperatore cristiano fosse un eretico).

Più che trionfo dell’ortodossia e risoluzione di conflitti, dunque, il Concilio di Nicea fu l’esatto opposto, il punto di inizio di accanite discussioni circa la relazione tra Padre e Figlio, cui si aggiungerà presto anche lo Spirito Santo, che si estenderanno prima in tutto l’impero (i vescovi occidentali, al tempo di Nicea, sono completamente esterni alla questione ariana e avranno sempre difficoltà a capirne i contorni, ritenendola per lo più “un fatto greco” e poi ben oltre i confini, conquistando le popolazioni barbariche che, sulle rovine dell’impero romano d’Occidente, costruiranno  i loro regni romano-barbarici di fede ariana. Possiamo forse rimanere delusi dalla vera origine del credo di Nicea, ma nel concilio nasce come formula dottrinale, con il compito di delimitare ciò che è ortodosso, ma con più attenzione a negare le idee ariane piuttosto che affermare una precisa teologia.

Nessuno, eccezion fatta forse per il solo Costantino, pensa che diventerà il credo unico dei cristiani, base fondamentale di ciò pronunciano cattolici, ortodossi, luterani, anglicani e molti altri. In più si sarebbero dovuti aspettare almeno altri due fondamentali concili, quelli di Costantinopoli (381) e di Calcedonia (451) per arrivare alla sua formulazione definitiva, grazie alla mediazione tra correnti teologiche dei Padri Cappadoci, e molti altri secoli perché si affermasse nelle liturgie delle varie Chiese, delle quali l’ultima fu la Chiesa di Roma nell’XI secolo, così giustificandosi i pontefici: Perché mai aggiungere al rito della Messa una formula antieretica in una Chiesa, quella romana, che non è mai stata toccata dell’eresia?