COMUNITÀ LA NUOVA GERUSALEMME
Del Rinnovamento Carismatico Cattolico
Ritiro regionale del Lazio – 22 febbraio 2026 sul tema:
«Figlio mio, custodisci le mie parole e fa’ tesoro dei miei precetti». (Pr 7, 1)
a cura di Amedeo Celliti, membro del Comitato di Servizio della Comunità La Nuova Gerusalemme.
Per entrare compiutamente nel tema del ritiro, ho diviso la Parola in tre momenti molto importanti:
“Figlio mio, custodisci le mie parole e fa’ tesoro dei miei precetti.”
- Figlio mio…
La Parola di Dio non inizia con un comando freddo, ma con una “relazione”: Figlio mio.
I sinonimi di relazione sono: rapporto – esposizione – enunciazione – dichiarazione -comunicazione – dialogo. Tutti questi sinonimi della parola “relazione” ci stanno ricordando e riportando al termine più comune che noi conosciamo di: “preghiera”.
La preghiera è detta anche orazione. Orazione deriva dal latino oratio-onis, a sua volta proveniente dal verbo orare (“parlare”, “parlare in pubblico” e, in contesto cristiano, significa: “pregare”). Oratio – onis trova la sua radice in os, oris (“bocca”). Quindi attraverso la mia bocca io mi relaziono, dialogando con il mio Dio, e il mio Dio si relaziona a me dialogando con me nel mio cuore. Tutto questo è meraviglioso, il Dio che mi parla del Suo Amore per me, innamorato proprio del mio cuore, innamorato della Sua creatura, opera delle Sue mani e mi chiama teneramente “figlio mio…”
Qui siamo nel libro dei proverbi al capitolo 7 versetto 1. Questo capitolo si apre con un dialogo d’amore tra un padre e un figlio. La relazione tra padre e figlio nasce da un atto d’amore che dona la vita. Il padre non è solo colui che genera il figlio, ma colui che lo custodisce, lo accompagna, e lo sostiene. Nel cuore di ogni rapporto padre -figlio c’è un desiderio profondo: essere visti, amati e riconosciuti.
Figlio mio … qui Dio non parla come un giudice distante a una folla anonima ma come un padre che si rivolge al cuore del figlio, a un cuore chiamato per nome chiamandolo Figlio mio… Non è un padre qualsiasi: è la Sapienza di Dio che parla, è la voce del Signore che cerca un cuore disposto ad ascoltare.
Il tono affettuoso – figlio mio” – ci ricorda che la fede non nasce dalla paura o dall’obbligo, ma da una “relazione”, da un dialogo. È la voce di un Padre che vuole proteggere, educare, far crescere suo figlio. È la voce di un Padre che educa non per dominare, ma per generare sempre vita piena. L’Amore del Padre non possiede il figlio: lo accompagna. L’Amore del Padre educa senza umiliare, corregge senza spezzare, ama senza condizioni.
L’inizio della Sapienza; è il timore del Signore. Il versetto 7 afferma che “il timore del Signore è principio della conoscenza” (Il mio popolo perisce per mancanza di conoscenza Osea 4:6). Ma quando hai conoscenza, hai un’arma potente nella tua vita.
Non si tratta di un timore che paralizza, ma del rispetto profondo di chi riconosce che Dio è Dio e noi non lo siamo. È la consapevolezza che la vita funziona bene solo quando si mette Dio al centro. Senza questo orientamento, tutte le nostre scelte rischiano di diventare fragili, guidate dall’impulso o dall’orgoglio.
In questo giorno, ognuno di noi è quel “figlio mio…”: conosciuto e amato, chiamato per nome, chiamato a riconoscere il dono della vita che gli è stata donata e a crescere nella fiducia. “Figlio mio…”.
Sì, essere figli significa fidarsi. Significa riconoscere che non ci diamo la vita da soli ma che abbiamo bisogno di una sapienza più grande della nostra. Non tutti hanno vissuto una relazione serena con il proprio padre terreno. In questa riflessione non si vogliono ignorare le ferite: le assenze, i silenzi, le rigidità, le incomprensioni passate. La buona notizia è questa: Dio Padre non ripete le nostre ferite, le guarisce. In Lui scopriamo un amore che non abbandona e che ci insegna anche a diventare figli capaci di amare.
Non siamo chiamati ad essere figli perfetti, ma figli amati. Ed è da questo amore che nasce ogni relazione vera.
“Padre buono, insegnaci a vivere come figli amati e a riconoscere il Tuo Amore anche nelle nostre storie imperfette. Rendici capaci di relazioni che generano vita”. Amen.
- Custodisci le mie parole
Custodire non significa semplicemente conservare, ricordare. Custodire è dare spazio, vigilare, proteggere, come si protegge qualcosa di fragile e prezioso: non lo si lascia esposto, non lo si tratta con superficialità. Custodire le parole della Sapienza significa portarle dentro, lasciarle scendere nel cuore, permettere che illuminano i pensieri e le decisioni quotidiane.
La Parola di Dio non è un insieme di regole da subire, ma un tesoro che orienta, che protegge, che libera. La Parola di Dio non è un’informazione qualunque: è una semente viva, che può essere rubata, (chiediamoci: da chi?…) soffocata, dimenticata.
Custodire la Parola significa darle spazio nel cuore, difenderla dal rumore, dalla fretta, dalle paure, lasciarle il tempo di maturare. Le Parole di Dio chiedono un luogo interiore dove abitare, un silenzio che le accolga, una fedeltà che le difenda dalle distrazioni e dall’abbandono. Custodire i precetti di Dio non è: una prigione. Ma un cammino di libertà. È come seguire il sentiero sicuro in un bosco fitto: non ci limita, ci permette di arrivare sani e salvi alla meta.
Quando il Signore ci parla, non ci sottrae la gioia; al contrario, ci guida verso la gioia piena, quella che nasce da una vita integra, pacificata e vera. Per amore della verità e per poter meglio entrare e comprendere fino in fondo questo messaggio continuiamo a chiederci: – Quali “rumori” oggi rendono difficile custodire la Parola?
Viviamo in un mondo che spesso invita a: “fare come fanno tutti”. A cercare il vantaggio personale, prima di tutto, ad approfittare degli altri solo per guadagno. Non è tanto il male spettacolare a rovinarci, quanto il compromesso quotidiano che ci allontana un po’ alla volta dalla luce. La Sapienza ci ricorda che ogni piccola scelta costruisce o distrugge la nostra interiorità.
Dove è il nostro tesoro, là sarà anche il nostro cuore. Se il nostro tesoro è la Parola di Dio, anche il nostro cuore imparerà a parlare il linguaggio di Dio. In un mondo che insegna a possedere, Dio invita ad interiorizzare. In una cultura che confonde la Sapienza con l’informazione, Dio ricorda che la vera Sapienza nasce dal timore del Signore, cioè dal riconoscere che noi non siamo il centro di tutto.
Custodire la Parola significa permetterle di plasmarci:
– nei pensieri, perché diventino veri;
– permette di plasmarci nelle parole perché diventino giuste;
– permette di plasmarci nelle scelte perché diventino fruttuose.
Chi fa della Parola un tesoro scopre che la Parola non appesantisce il cuore, ma lo rende stabile; la Parola non spegne il desiderio, ma lo purifica; la Parola non allontana dalla vita, ma la rende più profonda.
Chiediamoci:
Cosa sto dando agli altri, se non custodisco io per primo?
Rischio di “fare per Dio” senza “stare con Dio”?
Cosa annuncio davvero? Da dove nasce il mio servizio?
La “Parola” precede il servizio.
Questo brano dei Proverbi ci invita a rientrare nel cuore e a chiederci:
- Che posto ha la Parola di Dio nella mia vita? A quale voce sto dando ascolto?
- La Parola la custodisco o la ascolto distrattamente?
- Quali parole custodisco davvero dentro di me?
- Cosa minaccia oggi questa custodia?
- Da chi mi lascio guidare?
- Fa’ tesoro dei miei precetti
Qui la Parola va oltre l’ascolto: diventa ricchezza interiore. Un tesoro non si lascia in vista, non lo si tratta con superficialità. Un tesoro non è utile se resta sepolto e dimenticato. Un tesoro è tale perché orienta le scelte, dà sicurezza, cambia le priorità, determina dove investiamo il nostro tempo e il nostro cuore, illumina il cammino. I precetti del Signore non sono catene che limitano, ma sentieri di libertà, mappe che guidano. Non tolgono libertà: la rendono possibile.
Chi li vive scopre che obbedire a Dio non impoverisce la vita, ma la rende piena, ordinata, feconda. Chi fa della Parola un tesoro impara a discernere: tra ciò che è utile e ciò che è essenziale.
Quali “tesori” rischiano oggi di prendere il posto della Parola nella nostra vita?
La vita spesso, ci mette davanti a scelte difficili: il giusto non è sempre il più comodo; l’onestà non è sempre premiata; la fedeltà può costare. Per questo Dio ci dice: “Fa’ tesoro dei miei precetti”.
Vuol dire: tienili come ciò che vale davvero, come una bussola affidabile – anche quando la strada sembra confusa… tu fa’ tesoro dei miei precetti -.
Se scegliamo di far tesoro della Parola del Signore, anche nei momenti di oscurità, troveremo una luce. Anche nelle tempeste troveremo una direzione. E soprattutto, ci accorgeremo che non camminiamo soli, il Padre ci accompagna, con la Sua sapienza che consola, corregge e salva.
“Signore, entra nella nostra casa.
Rendi la Tua Parola il nostro tesoro”.
Amen.
Collegamento spirituale
Il libro dei proverbi ci ricorda che il timore del Signore è il principio della Sapienza: non paura, ma stupore, rispetto, amore filiale. Custodire la Parola e farne tesoro è l’inizio di una vita sapiente, capace di discernere il bene dal male, la verità dall’illusione, la voce di Dio dalle tante voci che ci confondono.
Oggi questa Parola non è affidata ad un singolo, ma a un insieme di persone, a tutti noi, a una comunità. “Vivere la Parola: “INSIEME”, custodire la Parola “insieme” significa sostenersi, correggersi con carità, incoraggiarsi nel cammino, affinare il nostro carattere. Una comunità che insieme custodisce la Parola diventa segno credibile: non perfetta ma autentica; non senza limiti, ma orientata al bene.
Lo stesso termine “insieme” lo ritroviamo spesso nella Parola di Dio, la Bibbia, ed anche nel famoso, ricorrente e periodico passo con cui il Signore sta parlando al cuore di questa comunità: Michea 2, 12: “… Li metterò “insieme” come pecore in un recinto, come una mandria in mezzo al pascolo…”.
Le pecore insieme formano un gregge. I bovini insieme formano una mandria. Le pecore sono animali piccoli, fragili, bisognosi di guida. La mandria, i bovini, sono animali più grandi, più forti. Pecore e bovini possono pascolare insieme, possono condividere lo stesso pascolo. Si nutrono in modo diverso, le pecore mangiano erba più bassa, i bovini l’erba più alta, quindi non si disturbano.
L’immagine passa dalla fragilità delle pecore, bisognose di protezione, alla forza e abbondanza della mandria segno di vitalità, energia, rumore, vita. È un crescendo di pienezza.
“Li metterò insieme”.
Qui sta il cuore del testo. Il profeta ha appena denunciato: oppressione, ingiustizia, divisione, espropriazione dei poveri… E ora Dio promette: Radunerò. Raccoglierò. Metterò insieme. È un verbo di guarigione. Il peccato disperde. Dio riunisce.
Insieme è parola di: comunione, sicurezza, appartenenza, identità ritrovata.
“Come pecore in un recinto sicuro”. Il recinto richiama un luogo chiuso e protetto è: spazio custodito, luogo di protezione notturna, difesa dai predatori.
È immagine di: cura, protezione, sicurezza ritrovata. Dio non raduna per controllare, ma per proteggere.
“Come una mandria in mezzo al pascolo dove muggisca lontano dagli uomini”.
Faranno rumore per la moltitudine. Non è un rumore di paura. È un suono di vita. Lontano dagli oppressori. Non più sotto il dominio di chi sfrutta. In uno spazio ampio, non claustrofobico. No più città oppressive, ma pascoli aperti.
Il muggito è voce libera, non soffocata. È immagine di libertà, pace, abbondanza, vita non minacciata. Non è isolamento antisociale, ma libertà dalla violenza.
In mezzo al giudizio, questa è una promessa: Dio non abbandona il “resto” (di Israele); Dio raduna ciò che è disperso; Dio protegge ciò che è fragile; Dio libera ciò che è oppresso; Dio guida chi ha smarrito la strada. Ecco come la nostra comunità vuole vivere e sta già vivendo oggi la parola: insieme.
Da qui potremmo, ancora fare una piccola, ulteriore ed ultima introspezione in fondo a noi stessi per poter far sì che la Parola possa interrogarci: Dove oggi siamo dispersi? Quali sono le nostre divisioni? Ci sentiamo pecore fragili o mandria numerosa? Riesco ad accogliere chi è diverso da me nella comunità? La nostra comunità è viva? La nostra fede è ancora sonora? O siamo diventati silenziosi per paura? E soprattutto cosa significa per noi oggi: essere messi insieme?
Il testo non parla solo di animali. Parla di un Dio che: non seleziona i perfetti; non elimina i fragili; non separa forti e deboli ma raduna tutti. Pecore e mandria possono stare insieme. Sì perché il pastore è uno solo. Il peccato divide. La paura isola. L’ingiustizia frammenta… ma Dio dice: “Li metterò insieme”.
Non dice: “Li giudicherò”. Non dice: “Li selezionerò”. Dice: Li radunerò!
Amen!
Conclusione
Dio ci chiama “figli” perché sa che la Sapienza “è un processo”, non è un traguardo immediato. Custodire la Sua Parola e farne un tesoro significa: scegliere, tutti insieme e ogni giorno, di lasciarci educare alla vita vera. Vogliamo ogni giorno, nutrirci della Parola, custodire la Parola profetica e farne il nostro vero tesoro e soprattutto “metterla in pratica” per poter crescere nella conoscenza e modellare il nostro carattere.
Amen.
Preghiera comunitaria finale.
Signore,
donaci un cuore docile,
capace di ascoltare e custodire la Tua Parola
non solo nella mente, ma nel cuore.
Fa che non la riduciamo a parole già sentite e scontate,
ma la riconosciamo come un dono da proteggere,
come luce per i nostri passi.
Rendici capaci di riconoscere in essa la vera Sapienza.
Rendici una comunità che “vive e mette in pratica”
ciò che ascolta
e testimonia ciò in cui crede.
Amen.
