COMUNITÀ LA NUOVA GERUSALEMME
del Rinnovamento Carismatico Cattolico
Ritiro del 24 maggio 2026
Riflessione su: «Non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori» (cfr. Mc 2,17)
A cura di Alessandro Palomba, membro del Comitato di Servizio della CLNG.
Il versetto che ci guida oggi è tratto dal secondo capitolo del Vangelo di Marco, nel quale si narra la chiamata di Levi.
Levi era un pubblicano, un esattore delle imposte, e per questo era considerato dal popolo ebraico un peccatore pubblico. Eppure, Gesù non esita a chiamarlo e accoglie con naturalezza l’invito a casa sua.
Le mormorazioni di scribi e farisei diventano così l’occasione per Gesù di dichiarare apertamente il motivo della sua venuta tra noi: “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”.
Certamente Levi non si aspettava un’accoglienza simile: in quanto pubblicano, era abituato a essere evitato da tutti.
Solitamente leghiamo questo episodio al tema del perdono, ed è corretto; tuttavia, se leggiamo bene il testo, noteremo che la parola “perdono” non compare mai.
Marco ci dice semplicemente che «molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù» e che, davanti alle critiche, Lui risponde: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».
Questa risposta, però, può trarci in inganno. Spesso ci limitiamo a pensare: “Che bello, Gesù chiama i peccatori, quindi chiama anche me”, e ci fermiamo lì. Ma Gesù non ci chiama perché restiamo come siamo, bensì perché possiamo convertirci e vivere. Levi, dopo aver fatto festa con Lui, lascia tutto: abbandona ciò che lo rendeva “peccatore” per iniziare una vita nuova.
Guardiamoci dentro: pensiamo al momento in cui siamo stati chiamati e abbiamo incontrato il Signore. Ricordiamo quanta gioia ha scatenato in noi. Spesso, però, restiamo fermi a quel momento di benessere emotivo senza fare il passo successivo: passare dall’essere “folla” che segue Gesù (spettatori della grazia) all’essere “discepoli” che camminano con Lui (protagonisti di una vita nuova).
Come dicevo prima, anche se il brano non parla esplicitamente di perdono, ce ne mostra però le conseguenze. Il perdono entra davvero nella nostra vita quando avviene un cambiamento concreto.
Il primo segnale è il passaggio dal sentirsi “indegni” al sentirsi “bisognosi” dell’amore di Dio. Siamo resi degni dal sacrificio di Gesù sulla croce, che ci ha giustificati davanti al Padre. Quando Dio ci guarda, lo fa attraverso Gesù: non vede più solo le nostre fragilità o meschinità, ma ci vede trasformati dal Suo amore.
Il secondo segno del perdono in noi è la capacità di offrirlo agli altri. Diventiamo discepoli quando guardiamo i fratelli e le sorelle con lo sguardo di Gesù: lo sguardo che non condanna l’adultera, che promette il paradiso al buon ladrone e che fa festa per il ritorno del figlio prodigo. Solo così le nostre comunità smetteranno di essere solo gruppi di persone che si vogliono semplicemente bene (tarallucci e vino), per diventare vere fraternità di discepoli.
È un cammino impegnativo? Sì, perché coinvolge tutta la vita.
È difficile? Certamente, se contiamo solo sulle nostre forze.
Ma non è impossibile: non siamo soli. Lo Spirito Santo, promesso da Gesù e donato a Pentecoste, cammina con noi. È Lui che ci svela la verità, che ci insegna ogni cosa e ci rende capaci di perdono e carità. Solo la relazione quotidiana e intima con lo Spirito fa la differenza, permettendoci di vivere da figli consapevoli di un Padre che si prende cura di noi.
