“Ecco ritornano riuniti dalla Parola del Santo” (Baruc 4, 36-37)

COMUNITÁ LA NUOVA GERUSALEMME
del Rinnovamento Carismatico Cattolico
IX Convegno Fiuggi 25 – 27 aprile 2025

Riflessione: “Ecco ritornano riuniti dalla Parola del Santo” (Baruc 4, 36-37)
A cura di sr Nicla Spezzati
Adoratrice del Sangue di Cristo
 
È passato Gesù, è passata la sua misericordia: il sangue prezioso di Cristo è sceso su di noi per purificarci e restituirci a bellezza. Rendiamo grazie al Signore!
Il Risorto si è fatto nostro compagno, come per i discepoli di Emmaus che avevano visto l’obbrobrio della croce.
Dinanzi a quello spettacolo drammatico che tante volte portiamo nella nostra vita noi spesso distogliamo lo sguardo. Lo stacchiamo dalle nostre ferite per non soffrire, lo rimuoviamo dalla memoria dei nostri peccati. Non vogliamo leggere i nostri limiti. Questa consapevolezza ci spaventa perché pensiamo che dobbiamo giungere a verità con i nostri occhi di carne. Oggi come ad Emmaus, sulla strada, che portava fuori da Gerusalemme verso un villaggio piccolo, può accadere di essere stanchi di ascoltare parole che sembrano non essersi avverate, di vedere progetti infranti e fatiche che non hanno dato frutto.
Oggi qui si è accostato Gesù, il Risorto. Perché, lo ricordiamo, raramente Gesù si manifesta nella sua luminosità. Gesù si manifesta come un viandante, come uno di noi. Si accosta, e poi allo spezzare del pane i nostri occhi si aprono. Ecco Gesù è passato. È passato con la potenza delle sue piaghe, del suo sangue, che è una verità totale, che è l’amore totale per noi.
E poi oggi, noi abbiamo accostato il nostro cuore al suo, perché lui per primo ha avvicinato il suo cuore al nostro.
La sua parola ci chiama, quindi, a passaggi e cammini di conversione. Solitamente i posti dove siamo sono posti buoni, ma non posti buoni per restarvi per sempre. Quindi oggi si è avviato un cammino forte, potente, di guarigione e accostamento del cuore di Cristo, che chiede sempre conversione.
Siamo stati convocati dalla Parola:Scruta verso Oriente, Gerusalemme, e vedi la gioia che viene di un cuore da parte di Dio. Ecco, ritornano i tuoi figli che avevi cacciato via. Ritornano riuniti dalla parola del Santo, da Oriente all’Occidente, rallegrandosi della gloria di Dio”.
Questo è il tema del vostro convegno.  A voi, è affidata la profezia di questa Parola, e viene chiesto a voi di accoglierla.

Centralità della Parola

Affidare significa che vi viene chiesto di accoglierla. E se notate il brano che è stato poi consegnato, alla fine, richiama in maniera perfetta questa consegna. Ora diciamo che immediatamente quello che fondamenta il cammino cristiano è la centralità della Parola. Il primo strumento attraverso cui lo Spirito rivela e realizza la memoria di Dio è la Parola.

Non bisogna mai dimenticare che la parola di Dio è lui stesso, è la presenza viva del Dio vivente, “viva ed efficace più tagliente di una spada a doppio taglio che penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e del midollo che sconta i sentimenti e i pensieri dell’uomo” (Ebrei 4.12).

La Parola di Dio arriva sempre sconvolgendo ogni nostro sentimento razionale, ogni nostra ragione. Se non sconvolge vuol dire che il nostro cuore non è toccato dalla Parola. È dunque la Parola di Dio la prima fonte dell’esistenza dell’uomo e della donna di fede, il primo luogo in cui lo spirito entra in noi. È fondamentale amare la Parola, nutrirsi della Parola, vivere ogni giorno almeno un incontro intenso, umile e innamorato con il Dio che parla nelle sue parole.

Nella Parola lo spirito continua a parlare. La Costituzione Dogmatica, Dei Verbum, ha un’espressione di un’audacia straordinaria: al numero 8 dice la “Chiesa cresce nella conoscenza fino a che giungano a compimento le parole di Dio”.

Si è rivelata ancora la parola della misericordia, della guarigione. La parola del Dio che si fa umile e si accosta, la potenza dello Spirito che guarisce nell’amore del Signore.

Un fratello nella profezia ha detto: ‘attenzione non tutti i tempi sono come questi, cioè tempi di grande consolazione’. Siamo insieme, cantiamo, preghiamo, lo Spirito opera potentemente, ma ci sono anche i tempi del Calvario. Ci sono i tempi della Pentecoste, ma spesso preparati da quelli del Calvario.

Quello che il Signore ci rivela nella Parola non è immediatamente consolante, non è neppure totalmente esaustivo. Perché desidera, sospingerci sempre oltre nella ricerca di un “di più”. E per questo ci dona una Parola che “non torna indietro”. Ci invita a guardare ai fatti concreti della nostra vita con più amore, con più verità, con più umiltà.

In altre parole, questa profezia ci convoca a noi stessi.

Ritornare: lo Spirito Santo mi chiama a conversione

Quali figli ritornano? Quali figli ritornano riuniti? Su chi scende la certezza che il Pastore ci riunirà?

Questa parola di Dio promette azioni concrete e sono sempre azioni di grazia. “Ti radunerò, ti raccoglierò, ti metterò insieme”. Ci chiediamo: perché ci è stata data e confermata più volte questa profezia. Chi siamo noi davanti a Dio e tra il santo fedele popolo di Dio per cui Dio ci ha dato un carisma particolare: “Il carisma dell’unità”?

Mettiamo da parte la fretta di ottenere delle risposte a buon mercato. Accogliamo invece l’urgenza non solo di custodire con cura e continuamente questa Parola ma di permettere che essa, come spada a doppio taglio, ci ferisca, ci faccia comprendere dove siamo.

Questa parola è rivolta prima a ciascuno di noi. Ciascuno può dire è rivolta a me nella mia fragilità, nella mia vulnerabilità, nella mia debolezza. Abbiamo bisogno che la Parola ci levi la maschera del nostro orgoglio che forse vorrebbe appropriarsi di questa profezia.

Ma la parola non è nostra, è di Dio. Lo Spirito opererà nei modi che non sono i nostri modi umani, né le nostre previsioni, né i nostri progetti, anche se finalizzati al bene. Non dobbiamo dunque smarrirci se la strada che abbiamo intravisto, breve e piana, si sta rivelando in salita e si sta rivelando dura. Ci è chiesto in umiltà di piegare il corpo, di chinare l’intelligenza, di dirigere l’affetto e le relazioni, di piegare le azioni, inclinare l’anima in obbedienza alla voce del Signore che ci chiama, e ci provoca, ad un cammino in cui veramente lo Spirito Santo abbia il primato.

Cosa promette la parola? Torneranno i loro figli riuniti. Per tornare in tale volontà di unità è necessaria la libera, aperta volontà di ognuno dei figli, a porre cammini e passi di conversione. Forse saranno passi piccolissimi, ma è importante che la nostra volontà si pieghi in unità alla conversione.

 Ritornare: custodire l’unità nello Spirito

Ed è stata anche donata in altre situazioni la parola di Efesini 4,1.6: Io dunque prigioniero a motivo del Signore vi esorto comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore avendo a cuore di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo Spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione. Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti, che al di sopra di tutti opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti”. Riflettiamo.

Unità dello Spirito. Lo Spirito agisce secondo la sua natura divina che è relazione. Unità, amore. Per questo lo Spirito, ricevuto nel Battesimo e confermato nella Pentecoste di grazia della vita sacramentale e feriale, se accolto, produce veramente il frutto dell’unità e in tale declinazione dell’amore, soprattutto il frutto della pace (Gal 5,22).

Un solo Dio. Nei versetti 4,6 della lettera ai Colossesi per sette volte si ripete il pronome un, uno, una. L’unità è dono di Dio che è uno, ma è anche metafora dell’essere comunione della Chiesa e nella Chiesa.

All’unità segue l’unicità per cui un’unica speranza accomuna i diversi e l’unico battesimo unisce a Dio come figli. Unicità non è una uniformità, ma singolarità.

In Dio non siamo confusi ma siamo amati personalmente, chiamati e colmati di talenti secondo il frutto che ciascuno può portare (Mt 25,15). Dio è padre al di sopra di tutti e opera per mezzo di tutti nell’invocazione personale di ciascuno.

Questa riflessione sull’unità fu storia concreta nel vivere comunitario della prima chiesa apostolica. Alla prima chiesa, da sempre il rinnovamento nello Spirito Santo ha guardato, ma non solo il rinnovamento carismatico, ogni comunità cristiana ha voluto guardare con passione a questo primo esempio “erano un cuor solo e un’anima sola” (Atti 4, 32).

Oggi è sempre possibile la conversione all’unità, se riconosco la mia creaturalità come il dono del padre che chiama figlio suo me, e ogni fratello e sorella accanto a me.

 Ritornare: riconoscere nel profondo la mia unicità

Per tendere all’unità devo sperimentare che Dio mi ama nella mia unicità. Devo permettere che Dio mi convinca nell’unicità del fratello e della sorella più vicino affinché lo possa guardare con gli occhi stessi di Dio. Devo permettere che lo Spirito mi narri, e io devo essere in silenzio, l’amore assoluto del Padre per me, ma anche l’amore assoluto del Padre per mio fratello e mia sorella, quelli che il Signore mi ha messo accanto.

Devo immergermi nell’esperienza dell’operazione che lo Spirito compie in me, perché lo Spirito deve convincermi che il Padre mi ama. Lo Spirito Santo è il difensore di Cristo in me.

Compunzione quindi, che avviene come commozione nel profondo di me. Nella parte più profonda, che solo lo Spirito conosce.  Una parte profonda che noi non conosciamo, perché noi solitamente ci fermiamo a vivere in superficie, laddove il mio Io recita la sua parte.

Poi c’è la parte profonda di me, dell’intimità sana, è lì la vera “compunzione”, la “compunzione” nel profondo di me, che non è soltanto commozione, ma decisione a permettere che lo Spirito mi guidi alla libertà dell’amore.

Un giorno Luca racconta, Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: “ti rendo lode o Padre, Signore del cielo e della terra”. Ecco questa è l’azione dello Spirito, e la sorgente di questa ondata di gioia che prorompe dal cuore di Cristo e lo spinge a benedire, lodare e ringraziare il Padre.

Succede la medesima cosa nell’apostolo Paolo, quando scrive: per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, abbiamo mediante la fede l’accesso a questa grazia, saldi nella speranza della gloria di Dio. Una speranza che non delude, perché l’amore di Dio è stato rivelato nei nostri cuori, per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (Rm 5,2.5).

Ecco la “compunzione” nel profondo di noi!

O quando l’apostolo Paolo afferma, che è lo Spirito stesso che ci attesta che siamo figli di Dio, oppure che è lo Spirito che viene in aiuto nella nostra debolezza, che intercede con gemiti inesprimibili (Rm 8,16.26).

Paolo non fa astratte affermazioni, quelle di principio, ma cerca piuttosto di tradurre in parole qualcosa di cui ha fatto e continua a fare nel suo cuore un’esperienza che commuove.

Pensiamo in questo momento all’esperienza che ci ha commosso, che ci ha toccato profondamente e dalla quale abbiamo cominciato a compiere passi di conversione.

Quello è il momento della compunzione del cuore: “la vita è un viaggio di cui lo spirito ci fa comprendere che c’è sempre un oltre, c’è sempre una meta d’amore da raggiungere”.

Ma tale esperienza non è solo individuale, ma collettiva. Espressioni come: Dio ci ha donato il suo spirito, voi avete ricevuto lo spirito, lo spirito di Dio abita in voi, ci lasciano intravedere il miracolo della comunità. Il 5 luglio del 1968, intervenendo all’Assemblea generale del Consiglio ecumenico delle Chiese, Ignazio, allora metropolita di Laodicea, parlava dell’azione dello Spirito nella vita della Chiesa e in ogni credente con queste parole: «Egli è la novità che opera nel mondo, è la presenza di Dio con noi e si “unisce al nostro spirito”. Senza lo Spirito Dio è lontano, Cristo resta nel passato, il Vangelo è lettera morta, la Chiesa una semplice organizzazione, l’autorità dominio, la missione propaganda, il culto una semplice evocazione e l’agire umano una morale da schiavi».

Ritornare: la compunzione del cuore

Vorrei lasciare un piccolo suggerimento, accennando alla compunzione del cuore. Tutti siamo in cammino nella vita dello spirito, ma dobbiamo andare oltre. Noi sperimentiamo la grande grazia del Signore e dell’amore di Dio, ma dobbiamo sempre chiedere la “compunzione” del cuore. Cioè l’umiltà di metterci al nostro posto di creature che chiedono, appunto, di entrare continuamente e di rientrare continuamente nella resurrezione che già ci è stata data. Chiedere di diventare consapevoli che siamo dei risorti, ma dobbiamo convincerci ad essere risorti. Dobbiamo convincerci ad essere l’amore di Dio, i più amati dei figli. Il problema è di convincersi.

E prendo dalla grande saggezza dei monaci benedettini. Nel capitolo 20 della Regola di San Benedetto si ricorda che, “non per molte parole, ma la durezza del cuore e le lacrime di compunzione per cui noi saremo ascoltati da Lui”. Oppure, quando Benedetto ci insegna che dobbiamo entrare “semplicemente nell’oratorio e pregare con lacrime e fervore del cuore” (Cap. 52,4). Questi testi ci fanno capire che la “compunzione” non consiste in un atto isolato di pentimento, ma in uno stato abituale di contrizione che viene dal fatto di considerare la volontà d’amore di Dio nei nostri confronti, malgrado la nostra debolezza, la nostra incoerenza e il nostro peccato.

Perché sto facendo memoria di questa realtà spirituale: la compunzione? Perché l’unità nella Chiesa non può essere costruita sull’orgoglio dei singoli, sulle certezze dei singoli o sulle sicurezze carismatiche di ogni gruppo. Non può essere fatta sulla grandezza dei carismi che ricevo dal Signore e non mi sono dati per la mia virtù. La vera unità-carità sarà costruita nella compunzione del cuore. Se ciascuno di noi si sentirà ultimo, se ciascun gruppo si sentirà all’ultimo posto, se ciascun membro della Chiesa si sentirà ultimo: tale coscienza dello spirito nello Spirito Santo, edificherà l’unità.

La sublime preghiera di Cristo nell’ultima cena, si è innalzata anche per noi: Non prego soltanto per questi, ma anche per quelli che credono in me per mezzo della loro parola: che siano tutti uno; e come tu, o Padre, sei in me e io sono in te, anch’essi siano in noi: affinché il mondo creda che tu mi hai mandato (Gv 17, 20-21).

La grande ferita è di non essere “uno”. L’unità è grazia, ma Dio ha bisogno della nostra libertà. Quale libertà? Quella che sa chinare il capo, quella che sa piegare l’intelligenza, quella che sa dirigere i carismi ricevuti dal Signore, affinché siano a servizio dell’unità.

Ora capiamo che la compunzione chiede una grande conversione del cuore. E chiede allo Spirito Santo di continuare ad operare perché c’è un oltre. Di operare cose grandi. Ora, e l’ho sentito da voi, quando avete fatto l’introduzione qui, ora attende di manifestarsi ancora, di riportare alla Chiesa delle origini. E la Chiesa delle origini era la Chiesa dell’unità.

L’unità non si basa sulle virtù. Noi lo vediamo anche nelle nostre comunità religiose. L’unità si basa sulla debolezza di ciascun fratello/sorella, che viene abbracciato, accolto, perdonato, accolto per rinascere nell’amore comune.

L’unità si forma dalla debolezza e dalla fragilità di ciascuno, redente già nel Sangue prezioso di Cristo. Siamo noi che abbiamo occhi e non vediamo. Ma il miracolo è già fatto. Il miracolo dell’amore è già detto, non c’è da aggiungere, è completo, lo contempliamo nell’Agnello dell’Apocalisse, ritto in piedi, risorto, con le ferite della sua passione. Sarà l’Unico capace di aprire i sigilli, l’Unico per cui il mondo è redento e composto in unità.: «L’Agnello giunse e prese il libro dalla destra di Colui che era seduto sul trono. E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi [il cosmo] e i ventiquattro vegliardi [la storia] si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno un’arpa e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi. Cantavano un canto nuovo: «Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti e regneranno sopra la terra» (Ap 5,8-10).

Per entrare in questa visione non abbiamo bisogno degli occhi di carne, abbiamo bisogno degli occhi dello Spirito.

Ecco la “compunzione” del cuore. Quando io comprenderò di esser una creatura segnata, dalle linee della fragilità i miei occhi spirituali si apriranno. L’unità si basa e cresce su questa accoglienza libera e amorosa della fragilità di tutti.

Il centro della “compunzione” è l’amore di Dio per noi, non la nostra realtà di peccatori.

Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (Rm 5,8). Quindi la compunzione non è legata al senso di colpa e agli scrupoli, ma si riferisce all’amore: deriva dalla consapevolezza che Dio mi ama. Il centro della compunzione è l’amore di Dio per noi, non la nostra realtà di peccatori. Solo in questo centro può crearsi l’unità. Ma è vero anche che possiamo predisporci ad accoglierla e che ci sono alcuni elementi della vita spirituale che ci aiutano a farla crescere in noi:

  • la consapevolezza di essere peccatore e il dolore intriso di amore per non essere stati sempre fedeli;
  • il sentimento sincero e profondo di fragilità e di pochezza nei confronti della santità di Dio e di fronte al mistero del fratello;
  • la preghiera personale di supplica e di intercessione, che san Benedetto suggerisce di fare con le lacrime frutto di tenerezza del cuore, mentre consideriamo l’amore fedele di Dio per noi malgrado la nostra infedeltà.

Quando la “compunzione” si vive tramite questi elementi, conduce al rendimento di grazie, alla carità fraterna, all’accettazione umile, senza amarezza, sia di noi stessi, sia della realtà che ci circonda e ci introduce nella gioia delle beatitudini.

Ecco il cammino dell’unità, partire umilmente da questa realtà singola, di singoli e di gruppi. Allora soltanto sarà possibile pronunciare la profezia, “ritornano i figli uniti alla parola del Santo”. Permettere che l’amore di Dio ci tocchi e ci trasformi in umanità e grazia, mentre guardiamo al cuore trafitto di Cristo: Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua (Gv 19, 33-34). «Infatti dal costato di Cristo dormiente sulla croce è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa». Come Eva è stata formata dal costato di Adamo addormentato, così la Chiesa è nata dal cuore trafitto di Cristo morto sulla croce (CCC, cap III, 766).

Vorrei affidarvi, al termine della nostra riflessione, l’invito di papa Francesco nell’ultima Enciclica: Dilexit Nos.  Un invito di grazia a riconoscere il Cristo e ad agire nel suo amore. Francesco ci assicura: «In questa contemplazione del Cuore di Cristo donatosi fino all’estremo noi veniamo consolati. Il dolore che sentiamo nel cuore lascia il posto a una fiducia totale, e alla fine ciò che rimane è gratitudine, tenerezza, pace; rimane il suo amore che regna nella nostra vita. La compunzione «non provoca angoscia, ma alleggerisce l’anima dai pesi, perché agisce nella ferita del peccato, disponendoci a ricevere proprio lì la carezza del Signore». E la nostra sofferenza si unisce a quella di Cristo sulla croce perché, quando diciamo che la grazia ci permette di superare tutte le distanze, ciò significa anche che Cristo, quando soffriva, si univa a tutte le sofferenze dei suoi discepoli nel corso della storia. Così, se soffriamo, possiamo provare la consolazione interiore di sapere che Cristo stesso soffre con noi. Desiderosi di consolarlo, ne usciamo consolati. Ma a un certo punto di questa contemplazione del cuore credente, deve risuonare quel drammatico appello del Signore: «Consolate, consolate il mio popolo» (Is 40,1). E ci tornano alla mente le parole di San Paolo, che ci ricorda che Dio ci consola «perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio» (2 Cor 1,4).  Questo ci invita ora a cercare di approfondire la dimensione comunitaria, sociale e missionaria di ogni autentica devozione al Cuore di Cristo. Infatti, nello stesso momento in cui il Cuore di Cristo ci conduce al Padre, ci invia ai fratelli. Nei frutti di servizio, fraternità e missione che il Cuore di Cristo produce attraverso di noi, si compie la volontà del Padre. In tal modo il cerchio si chiude: In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto (Gv 15,8)» (Francesco, Lettera Enciclica Dilexit nos, 24 ottobre 2024, 161-163). Convocati in unità dalla Parola, corroborati dall’Amore, i figli ritornano.