COMUNITÀ LA NUOVA GERUSALEMME
Del Rinnovamento Carismatico Cattolico
Corso di formazione per responsabili e iniziatori – Fiuggi 25 – 27 settembre 2026
Riflessione sul tema:) “Io non sono venuto per essere servito ma per servire” (Mc 10.45) – Parte II
A cura di Amedeo Cellitti, membro del Comitato di Servizio Comunità La Nuova Gerusalemme
PARTE II
Ora vorrei proclamare una Parola che forse conosciamo o l’abbiamo già sentita.
Forse… chissà?
“Certo ti radunerò tutto, o Giacobbe; certo ti raccoglierò, resto di Israele.
Li metterò insieme come pecore in un recinto sicuro, come una mandria in mezzo al pascolo, dove muggisca lontano dagli uomini.
Chi ha aperto la breccia li precederà; forzeranno e varcheranno la porta e usciranno per essa. Marcerà il loro Re innanzi a loro e il Signore sarà alla loro testa.” (Michea 2.12, 13).
Qui siamo davanti ad una delle più belle immagini della leadership spirituale di tutta la scrittura.
(La leadership è la capacità di guidare, influenzare e ispirare un gruppo di persone per raggiungere un obiettivo comune. Non si basa sull’imposizione o sull’autorità, ma sulla motivazione e sulla condivisione di una visione, di un’idea). Il responsabile o l’iniziatore non è il Re: IL RE E’ IL SIGNORE! Questo è il primo messaggio.
In questo brano Michea vede un popolo raccolto come un gregge. Ma… chi guida il gregge? Non il responsabile. Non il capo umano. Non il sacerdote. Non il coordinatore. Alla testa del popolo, a guidare, c’è il Signore!
“Marcerà il loro Re innanzi a loro e il Signore sarà alla loro testa.”
Per un responsabile, animatore o iniziatore carismatico questa è una parola di enorme liberazione. Perché senza accorgercene, qualche volta, ci mettiamo davanti a Cristo invece di stare dietro a Cristo. La comunità deve seguire Gesù, non noi. Noi siamo chiamati ad indicarlo. Mai a sostituirlo.
Quando una comunità dipende troppo dal responsabile o iniziatore, c’è qualcosa che non funziona. Quando una comunità dipende da Gesù, allora il responsabile o iniziatore sta svolgendo bene il suo compito e il suo servizio.
Chi ha aperto la breccia li precederà…
Chi apre la breccia? Nella tradizione biblica la breccia è il punto in cui un muro viene abbattuto per permettere il passaggio. Il responsabile o iniziatore che attraversa la breccia aperta entra per primo nello spazio sconosciuto. Affronta per primo un eventuale pericolo.
Per primo si espone. Ecco il vero responsabile, animatore o iniziatore. Non colui che manda avanti gli altri. Ma colui che passa per primo.
Nel versetto 13, di Michea 2, compaiono tre figure:
- Colui che apre la breccia (è chiamato il “Brecciatore” – in ebraico ha-poretz -).
- Il Re.
- Il Signore.
Molti studiosi ritengono che non si tratti necessariamente di tre personaggi distinti, ma di una descrizione progressiva della stessa “azione salvifica di Dio”.
In altre parole:
Dio raduna il gregge (v.12); Dio apre il passaggio (v.13); Dio guida il popolo (v.13); Dio regna sul popolo (v.13).
Per questo nella tradizione cristiana colui che apre la breccia, il “Brecciatore”, è stato spesso interpretato come una figura messianica, cioè come Cristo stesso.
E qui siamo già al primo punto fermo:
La breccia, in senso salvifico, la apre il Signore. Non il responsabile o iniziatore. Non il sacerdote. Non il leader. Non il carismatico. Solo Cristo!
Perché la breccia la apre Cristo? Perché esistono barriere che nessuno può abbattere e questo richiama immediatamente Gesù. Gesù ha aperto la breccia tra la morte e la vita. Ha aperto la breccia tra il peccatore e il Padre. Ha aperto la breccia tra il cielo e la terra. E come l’ha aperta? Non con il potere, bensì con la croce. Qui il collegamento, con il tema, diventa fortissimo.
Il vero responsabile, il vero iniziatore non è quello che occupa il primo posto ma quello che affronta per primo il sacrificio. Non è quello che riceve più servizi ma quello che serve di più. La salvezza è opera di Cristo. Pensiamo al Mar Rosso. Chi apre il mare? Dio! Ma chi entra per primo? Mosè! Chi incoraggia il popolo a passare? Mosè!
Chi obbedisce per primo? Mosè! Aprire la breccia è opera di Dio! L’attraversamento della breccia, aperta da Dio, coinvolge l’uomo, il responsabile o l’iniziatore.
Il responsabile o iniziatore non apre la breccia. Il responsabile, iniziatore o animatore riconosce che Dio ha aperto la breccia e aiuta il popolo ad attraversarla. Lo stesso anche noi dobbiamo farlo con umiltà. Molti vogliono stare davanti. Ma Michea dice che colui che sta davanti è identificato come colui che “apre la breccia”. E aprire la breccia costa. Comporta ferite. Comporta sacrificio. Comporta incomprensioni. Comporta amare incondizionatamente: Ecco la figura di Gesù! Perché in Michea Gesù marcerà davanti a loro e sarà alla loro testa?
Perché Gesù ha amato per primo, è stato inchiodato per primo. Perché Gesù è il Signore!
In una comunità carismatica, il responsabile o iniziatore, che attraversa per primo la breccia è colui che: prega per primo; si converte per primo; chiede perdono per primo; si mette in ginocchio per primo; serve per primo; ama per primo.
“Li metterò insieme come pecore in un recinto sicuro…”
In chiave carismatica c’è un’altra sfumatura molto bella. Il responsabile non è chiamato a “trattenere il gregge” dentro il recinto non suo. Molte volte le comunità si bloccano perché i responsabili o iniziatori vogliono difendere il “recinto sicuro”. Mentre Dio dice: Io li metterò insieme nel Mio recinto sicuro. È Dio che unisce. È Dio che difende le Sue pecore e il Suo recinto sicuro, preparato da Lui, dove sia le pecore che la mandria, in mezzo ai pascoli celesti, possano vivere stando insieme lontano dalla mentalità alterata degli uomini. Noi non siamo i salvatori del gregge. Uno solo è il Salvatore. Cristo Gesù!
Il responsabile o l’iniziatore è chiamato a “seguire lo Spirito” che apre continuamente brecce nuove. Apre passaggi. Apre missioni. Apre conversioni. Apre tantissime novità.
Il responsabile o iniziatore discernendo nello Spirito, aiuta il popolo a passare attraverso le brecce che Dio sta aprendo e che aprirà.
PARTE III
Permettetemi di evidenziare un piccolo aspetto da non trascurare: sono sicurissimo che già molti di noi per ispirazione dello Spirito, hanno proiettato il collegamento di questa riflessione alla nostra realtà carismatica la Comunità La Nuova Gerusalemme.
Questo aspetto lo abbiamo sfiorato più volte e ci ha già accompagnati silenziosamente in tutto quello che ci siamo detti fino ad ora. È stato indirettamente richiamato più volte ecco perché, ora, corre l’obbligo di evidenziarlo affinché non passi inosservato e venga alla luce il vero e autentico messaggio che ci riguarda da vicino.
Voglio parlarvi di quello che le nostre “Linee Caratteristiche” ci dicono nelle ultime cinque righe della pagina quattro: “La responsabilità di tale vocazione è affidata al Comitato di Servizio (CS) che, in preghiera e in ascolto e nella sottomissione allo Spirito Santo, pone in essere le ispirazioni ricevute affinché questo percorso sia finalizzato ad una fede più coerente e dinamica, trasformando “il fare”, nella vocazione “dell’essere”.
Dunque siamo, o dovremmo essere, una “Comunità dell’Essere e non del Fare.”
Questa espressione: è molto bella, ma va compresa correttamente. Se fosse interpretata male, potrebbe sembrare che il “fare” conti poco o niente.
In realtà la Chiesa insegna il contrario: le opere sono necessarie, ma devono nascere da: una identità, non sostituirla. Gesù lo dice nel Vangelo di Giovanni: “Rimanete in me e Io in voi… chi rimane in me porta molto frutto; perché senza di Me non potete fare nulla” (Gv 15, 4-5).
Notiamo subito questo ordine: – prima: rimanere; – poi: portare il frutto. Gesù non dice fate molto. Dice: Rimanete. Il frutto è una conseguenza. Il problema non è produrre. È rimanere uniti alla vite. S. Paolo dice: “Per grazia di Dio sono quello che sono”.” (1 Cor. 15,10).
Non dice: ”Sono quello che faccio.” Dice: “Sono quello che Dio ha fatto di me.”
Ecco l’essere. Prima: l’Essere. Poi: il Fare.
Che cosa significa “Essere”? Significa che la prima vocazione del carismatico o cristiano non è il “fare” qualcosa per Dio, ma appartenere a Dio.
Essere significa soprattutto: Essere figlio del Padre; Essere discepolo di Gesù; Essere Tempio dello Spirito Santo; Essere dimora della Trinità; Essere membro vivo del corpo di Cristo.
San Paolo dice: “Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me” (Gal. 2,20)
Perché: prima di essere evangelizzatori, siamo figli; Prima di essere responsabili/iniziatori, siamo discepoli; Prima di essere servitori, siamo amati; Prima di parlare di Cristo, siamo chiamati a vivere Cristo.
All’inizio c’è l’Essere non il fare. In Genesi, Dio crea l’uomo e la donna a sua immagine e somiglianza (Gen. 1, 26-27). Solo dopo affida loro una missione: custodire il giardino, dare il nome agli animali, essere fecondi. Prima dona un’identità. Poi affida un compito.
Prima di iniziare la vita pubblica, Gesù, riceve il battesimo nel Giordano. Il Padre proclama:
“Tu sei il Figlio mio, l’amato; in te ho posto il mio compiacimento.” Mc. 1, 11.
Ora osserviamo bene. Gesù non aveva ancora compiuto nessun miracolo. Non aveva ancora guarito un malato. Non aveva ancora predicato. Eppure il Padre dice già: “Mi compiaccio di te.” L’Amore del Padre precede ogni opera. Ora mi sembra giusto che ci chiediamo:
Sto ancora con Gesù… oppure sto solo lavorando per Lui?
Ecco l’Essere: “l’identità” viene prima della missione.
L’identità missionaria, con umiltà, ha Cristo al primo posto.
Se questo è vero… allora il fare diventa semplicemente la manifestazione di ciò che siamo.
L’albero non si sforza di fare mele. Produce mele perché è un melo.
Così il cristiano e a maggior ragione il carismatico.
Un’immagine che può aiutarci a capire meglio potrebbe essere questa: immaginiamo una brocca. La
brocca deve essere prima riempita. Solo dopo può versare. Se continua a versare senza che essa sia riempita… alla fine versa il nulla. Quanti responsabili o iniziatori arrivano stanchi perché hanno continuato a versare senza lasciarsi riempire dallo Spirito Santo?
Se non mi lascio riempire dallo Spirito Santo “comincio a rallentare” la mia relazione con il mio Dio, la mia preghiera personale, la mia preghiera del cuore.
Comincio a versare il nulla, da quella brocca, quando io “non metto in pratica la Parola” con la quale il Signore mi parla continuamente. Piano piano perdo l’intimità con il mio Gesù.
Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Mt 8, 21).
Il rischio del “Fare”. Nelle comunità carismatiche questo rischio è reale. Una comunità può diventare ricchissima di attività si può arrivare a: organizzare incontri, preparare catechesi, insegnamenti e riflessioni, guidare grandi incontri di preghiere, imporre le mani ai malati, evangelizzare, cantare, servire … ma… perdere lentamente l’intimità con Gesù mediante la preghiera personale. Gesù potrebbe dirci: “Figlio mio ho questo da dirti: hai abbandonato il tuo primo amore.” (Ap 2,4). Non dice: hai smesso di lavorare. Dice: “Hai perso l’amore.” È possibile fare tantissimo per il Signore e, lentamente, smettere di vivere con il Signore.
Si può fare moltissimo per Dio senza vivere davvero con Dio. Se ben ricordiamo sono le stesse identiche situazioni che ci siamo detti proprio qualche minuto fa’. Ecco si concatenano tra loro, il grembiule del servo con Michea 2, 12-13 e le nostre Linee Caratteristiche.
Ricordiamo ancora Marta e Maria (Lc. 10, 38-42). Questa pagina è quasi il manifesto dell’Essere. Marta serve. Maria ascolta. Marta faceva cose sante. Maria stava ai piedi del Signore. Gesù non rimprovera il servizio di Marta, non dice che servire è sbagliato, ma il fatto che il “fare” abbia preso il posto della “Relazione.” Perché? Perché il servizio senza relazione diventa peso. La relazione trasforma il servizio in amore.
L’Essere genera il Fare. Il vero fare del cristiano o del carismatico nasce spontaneamente. Come un albero. L’albero non si sforza di produrre frutti. Segue, da sempre l’ordine dettatogli dall’Eterno. Se l’albero è vivo, perché ben radicato, i frutti arrivano spontaneamente rispettando l’ordine divino già ricevuto. Così è per il cristiano e ancor di più per noi carismatici. Il cristiano o il carismatico non serve… per essere amato. Serve i suoi fratelli… perché è amato. Questa è una differenza enorme. Per un responsabile, animatore o iniziatore di comunità questa frase diventa ancora più impegnativa.
Un responsabile, animatore o iniziatore potrebbe pensare: “Devo far funzionare tutto.”
Gesù invece dice: “Prima lascia che faccia di te un uomo/donna secondo il Mio cuore.”
La gente o i fratelli della comunità non hanno bisogno solo di organizzatori. Hanno bisogno di uomini/donne abitati dallo Spirito Santo. La comunità cresce non perché i responsabili, iniziatori e animatori fanno tanto e tante cose… Cresce solo perché i responsabili e iniziatori vivono “veramente” l’intimità di Cristo dentro. E questo si chiama “innamoramento.”
Una frase che potrebbe riassumere il tutto: “Noi non facciamo le cose di Dio per diventare suoi. Siamo già suoi. E per questo che facciamo le cose di Dio.”
O ancora meglio: “Il Fare è il frutto dell’Essere; quando il fare sostituisce l’essere, il servizio si svuota e diventa solo attività.” Ripensiamo e ricordiamoci di Michea 2, 12-13, che abbiamo meditato insieme poco fa’. Prima il Signore raduna il gregge. Solo dopo apre la breccia e il popolo cammina.
Prima l’essere un popolo. Poi il fare del popolo. Non è un caso che Gesù abbia chiamato i dodici “perché stessero con Lui e per mandarli a predicare” (Mc. 3,14).
Questo ordine è significativo: Essere e stare con Lui; Essere trasformati da Lui; Essere inviati da Lui. Se si prova ad invertire questo ordine, il servizio rischia di diventare “attivismo”.
Un responsabile o iniziatore autentico non si definisce anzitutto da ciò che realizza, ma da ciò che è davanti a Dio: un figlio, un discepolo e un uomo abitato dallo Spirito Santo.
Da questa identità nasce un servizio fecondo, umile e libero.
CONCLUSIONE
Il vero responsabile o iniziatore non è colui che si fa servire ma serve per primo come Gesù. Non è colui che occupa il posto d’onore. È colui che passa per primo attraverso la breccia. È colui che passa per primo sulla strada della conversione. È colui che si inginocchia per primo. È colui che serve per primo. È colui che ama per primo, tutti, anche coloro che ci mormorano e ci mormoreranno contro e che, probabilmente, diranno male di noi. Amare come ha amato Gesù. Amare non solo quelli che ci applaudono, ma anche quelli che, sappiamo, potranno tradire la nostra fiducia. Ricordiamoci sempre che davanti a quel gregge c’è già un Re, E quel Re è Gesù!
A noi non è stato chiesto di prendere il Suo posto. Ci è stato chiesto soltanto di “seguirlo” e di amarci. “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” è il comandamento nuovo lasciato da Gesù ai discepoli durante l’Ultima Cena. Non chiede semplicemente di volersi bene, ma di amare gli altri prendendo come modello assoluto il Suo amore: un amore incondizionato, umile e pronto al dono totale di sé. Ora, detto ciò, può benissimo cambiare la nostra prospettiva spirituale che non diminuisce la responsabilità del leader spirituale, ma la purifica.
Fratelli e sorelle, oggi il Signore ci mette davanti a due immagini. Il bastone del potere e il grembiule del servizio. Ma Michea ce ne consegna una terza: la breccia. E, a mio avviso si collega perfettamente al tema centrale di questa riflessione: Il bastone appartiene ai padroni; La breccia appartiene a Cristo; Il grembiule appartiene ai servi. Ed è proprio il grembiule che deve indossare chi accompagna il popolo attraverso la breccia già aperta dal Signore. È lo stare così profondamente e intimamente con il Signore che, anche senza accorgersene, si porta sul volto la Sua luce. Ecco l’Essere! Se noi responsabili o iniziatori custodiamo questa presenza allora tutto il nostro “fare” diventa trasparenza di Cristo e non semplice efficienza umana. Questo, credo, che sia uno dei doni che una comunità carismatica come la Comunità La Nuova Gerusalemme possa offrire a sé stessi e al mondo intero. Allora anche noi oggi diciamo: Io non sono venuto per essere servito ma per servire!
Amen, amen e amen
